Per anni hai sempre dato per scontato che gli account social fossero tuoi. Profili, contatti, contenuti, community costruite nel tempo. Tutto ti è apparso stabile e sempre accessibile.
Poi, però, quelle certezze hanno iniziato a vacillare: account sospeso, pagina limitata, visibilità ridotta senza spiegazioni immediate. Episodi che non colpiscono per la loro eccezionalità, ma per la loro frequenza, e che riportano alla luce una verità meno comoda: negli spazi digitali che abiti ogni giorno, il controllo non è nelle tue mani.
Il controllo non è dell’utente
La rimozione di profili social da parte delle piattaforme, anche in assenza di provvedimenti ufficiali, non è un’anomalia né un incidente isolato, ma il riflesso dell’assetto strutturale dell’ecosistema digitale. Chi utilizza i social non possiede realmente gli account: accede a spazi regolati da contratti unilaterali, revocabili sulla base di policy interne.
È in questo scarto tra percezione di controllo e realtà operativa che si concentra una delle questioni più rilevanti del nostro tempo: il potere delle piattaforme di governare visibilità, relazioni e possibilità di azione.
Relazioni digitali senza infrastruttura
Questo squilibrio non riguarda solo la libertà di espressione o la possibilità di contestare una sospensione. Riguarda il modo in cui, negli ultimi anni, abbiamo costruito e delegato le nostre relazioni digitali. Eventi, community professionali, progetti editoriali e reti territoriali si sono progressivamente appoggiati a piattaforme generaliste, nate per catturare attenzione e prolungare il tempo di permanenza, non per rendere operative connessioni complesse.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: grande esposizione, ma poca struttura; molte interazioni, ma scarsa continuità; community che esistono soprattutto come racconto, più che come sistema funzionante.
Dallo spazio di frizione a una risposta progettuale
Partendo da queste criticità, in Digitrend abbiamo adottato un approccio diverso, che ripensasse anzitutto l’infrastruttura. Community, la piattaforma che abbiamo sviluppato, nasce esattamente in questo spazio di frizione. Non come risposta episodica alle singole chiusure di account e nemmeno come alternativa ai social network, ma come soluzione a un problema più profondo: trasformare gli spazi digitali da contenitori passivi a infrastrutture capaci di far funzionare davvero le relazioni.
Community non è un social e non è un gestionale. È un motore di connessioni, progettato per ridurre l’entropia, orientare le persone e dare forma alle interazioni.
Restituire controllo a chi costruisce valore
Alla base c’è un’idea semplice, ma tutt’altro che scontata: restituire controllo a chi costruisce valore online. Community non si limita a ospitare profili o contenuti. Li mette in relazione. Non accumula attenzione, ma la trasforma in azione. Il suo valore non è nell’interfaccia, ma nell’architettura: nei meccanismi di matchmaking, nei percorsi che guidano gli utenti, nella possibilità di passare dal networking casuale a relazioni intenzionali e misurabili.
Quando un evento diventa una rete viva
Il Premio Innovazione Sicilia 2025 ha rappresentato un banco di prova concreto di questo approccio. In un contesto molto partecipato e ad alta densità relazionale, Community ha permesso di orchestrare centinaia di incontri one-to-one, agende personalizzate, contatti diretti tra startup, aziende e stakeholder, oltre alla condivisione di contenuti in tempo reale.
Non ha sostituito l’evento, ma lo ha reso più leggibile, più accessibile e più efficace, dimostrando come un’infrastruttura ben progettata possa trasformare la partecipazione in azione.
Oltre l’arbitrio delle piattaforme
Chiudendo il cerchio, il punto non è contrapporre piattaforme “buone” e “cattive”, né immaginare che la soluzione passi solo da nuove regole o interventi normativi. Le sospensioni di account e le decisioni unilaterali sono il sintomo di un modello in cui visibilità e relazioni dipendono da spazi che gli utenti non controllano.
Community indica un’altra direzione possibile: spostare il valore dall’account alla relazione, dalla visibilità all’operatività, dall’arbitrio della piattaforma alla capacità di far funzionare le connessioni nel tempo.
In un contesto in cui il controllo degli spazi digitali è sempre più concentrato, ripensare le infrastrutture diventa una scelta strategica. Community nasce proprio da questa esigenza: progettare relazioni che funzionano, restituendo agli utenti un ruolo attivo nella costruzione degli spazi digitali.

